C’ERA UNA VOLTA

Tutto cominciò quando degli amici mi donarono del denaro e mi spinsero a fare qualche cosa per le donne indiane più povere. Certo, l’intenzione era buona, ma come fare? Da dove cominciare? Come spesso capita, la risposta mi arrivò così, per caso.

Accompagnando alcuni turisti nel parco protetto di Raneh Falls, nei pressi di Khajuraho, incontrammo un indiano che ci invitò a visitare il suo villaggio. La nostra sorpresa fu veramente grande perché, in quanto turisti, ignoravamo che potessero esistere ancora dei villaggi abitati in questa zona naturale protetta.

E le sorprese non si fermavano là: anche se a soli 17 chilometri da Khajuraho, la popolazione era molto differente da quella che avevamo l’abitudine di frequentare. Erano gli adivasi (le popolazioni autoctone) questi abitanti pre-ariani dai tratti marcati che hanno fatto la grande gioia dei turisti fotografi.

L’INCONTRO DECISIVO CON DEVIDINE

La condizione generale dei bambini mi impressionò: magri ma con un ventre molto grande, sporti e quasi nudi, molto differenti dai bambini che avevamo l’abitudine di incontrare a Khajuraho.

Un bimbo scheletrico nelle braccia di suo nonno, attirò in modo particolare la mia attenzione. Non riusciva a mantenere dritta la testa; l’estrema magrezza denotava uno stato di malnutrizione ed il suo colorito giallo, accentuava il suo aspetto malato.

Immediatamente presi la mia decisione: sarebbe stato proprio da qua che avrei cominciato, utilizzando il denaro che mi era stato donato. E’ stato l’inizio: un medico specialista della medicina ayurvedica (medicina tradizionale naturale non aggressiva e perfettamente adattata alle condizioni locali), accettò di aiutare questa popolazione. Io avrei pagato solo le medicine che lui stesso avrebbe preparato senza bisogno delle sue visite né dei suoi spostamenti.

Così cominciarono i nostri viaggi in jeep: con un interprete e con il dottore. Distribuendo le medicine, spiegando il modo corretto per assumerle, ritornando regolarmente per verificare gli effetti del trattamento. Il lavoro sul posto si fece con valido e disinteressato aiuto di un giovane indiano che mi servì da interprete e che con molta pazienza spiegò il modo corretto di seguire i trattamenti ad una popolazione completamente analfabeta e, proprio per questo, incapace di leggere le prescrizioni mediche.

Proprio quel primo bambino che vidi darà il nome all’Associazione che abbiamo fondato nel 2004 una volta tornati a Parigi. E’ il ricordo del suo sguardo spaventato al nostro primo incontro, è il ricordo del suo sorriso quando il suo stato cominciò a migliorare che ci ha dato la forza di continuare con perseveranza.

Devidine oggi: namasté, sono vivo, grazie!